I porti sono un affare per tutti, tranne che per i cittadini


Le connessioni tra reti 'ndrangheta emiliana ed imprese costruttrici dei Porti di Imperia e Fiumicino. Lo schema è presente sul sito http://www.casadellalegalita.info/images/stories/2015/3-schema-connessione-grande-aracri-porti-imperia-fiuminico.jpg

Le connessioni tra reti ‘ndrangheta emiliana ed imprese costruttrici dei Porti di Imperia e Fiumicino. Lo schema è tratto dal sito http://www.casadellalegalita.info/images/stories/2015/3-schema-connessione-grande-aracri-porti-imperia-fiuminico.jpg

Dalla chiusura indagini dell’operazione “Aemilia”, condotta dal ROS di Roma e dai comandi provinciali dei carabinieri di Modena e Parma, emergono risvolti inquietanti relativi ad una delle ditte coinvolte nella costruzione del Porto della Concordia, a Fiumicino.

La ditta in questione è la SAVE Group, azienda alla quale Francesco Bellavista Caltagirone, per il tramite della SIELT immobiliare a lui riconducibile [nota 1], aveva subappaltato la costruzione del Porto Turistico di Fiumicino per 100 milioni di euro, 300 milioni in meno di quelli effettivamente richiesti per completare l’opera.

La SAVE Group di Montecchio (RE), come rilevato anche da un’altra indagine curata dalla DDA di Catanzaro, sembrerebbe essere controllata dalla cosca emiliana Grande Aracri, originaria di Cutro (KR – Crotone) per il tramite del nipote del boss Nicolino Grande Aracri, Alfonso Diletto, già implicato in altre inchieste.

Nicolino, il capo della ‘ndrina, aveva parlato con il proprio avvocato, ed ex maresciallo dei carabinieri, Benedetto Stranieri, per tentare di salvare la SAVE Group dal fallimento e per riavere indietro parte dei propri investimenti in denaro, come riportato dalla seguente intercettazione:

B (Benedetto Stranieri): La … la … la … come si dice … alla società sua (riferendosi a “la scimmia” ovvero Alfonso Diletto, ndr), la SAVE Group, la vogliono far fallire a tutti i costi la società …

N (Nicolino Aracri): E perchè?

B : Perchè hanno arrestato Caltagirone per la storia di …

N: Si …

B: Di Fiumicino, Caltagirone deve dare i soldi a loro (quelli della SAVE,ndr), loro non hanno potuto pagare gli operai e alcuni fornitori gli hanno fatto la …

N: L’atto ingiuntivo …

B: No l’atto ingiuntivo, hanno chiesto, hanno fatto il sequestro dei beni da tre milioni e mezzo di Euro (3.500.000)

[…]

N: E … adesso gli dovete dire così, così: “i soldi che fine hanno fatto?” (al minuto 21:28)

ndr: contemporaneamente, GRANDE ARACRI mima con le mani il gesto di contare i soldi

B (Benedetto Stranieri): Eh?

ndr: STRANIERI non capisce e GRANDE ARACRI mima nuovamente con le mani il gesto di contare i soldi e ripete:

N: Che fine hanno fatto i soldi?

B: Va bene, glielo dico io …

N: Chiedete che fine hanno fatto i sei milioni di euro (6.000.000) …

Per gli inquirenti i sei milioni di euro costituirebbero la somma in denaro investita dalla cosca in SAVE Group, come riportato dalla testata giornalistica “Telereggio”, e non certo “la somma pagata per acquistare le quote ” della società, sempre rimaste in possesso di Patrizia Patricelli e Giovanni Vecchi. Quest’ultimo è stato arrestato il 16 luglio 2015 insieme ad Alfonso Diletto nell’ambito della seconda fase dell’inchiesta “Aemilia” con l’accusa di trasferimento fraudolento di valori con l’aggravante di aver agito per agevolare l’attività dell’associazione mafiosa.

Traduzione: da reale proprietario di una ditta pulita, Giovanni Vecchi sembrerebbe essersi trasformato in prestanome della famiglia ‘ndranghetista Grande Aracri a vantaggio della quale trasferiva nelle proprie ditte ingenti somme di denaro e altre utilità derivanti dai reati, oltre a provviste illecite”.

La SAVE Group era infatti un’azienda appetibile per la ‘ndrangheta poiché riusciva ad ottenere -in Italia e all’estero- subappalti multimilionari per la realizzazione di grandi opere che, nel caso del porto di Imperia e il Molino Stucky a Venezia, vennero aggiudicate da imprese riconducibili a Bellavista Caltagirone. Lo stesso imprenditore romano, nel corso del processo di Torino, definì la Save come “un’impresa di fiducia”.
[nota 2]

Ma ritorniamo ora alla realizzazione del Porto della Concordia.

Nell’Aprile 2011 si fermarono definitivamente i lavori, a causa di una protesta dei trasportatori per la mancata retribuzione dovuta loro dalle ditte appaltatrici e subbappaltatrici.

Nel 2013, la SAVE Group , a fronte di lavori stimati in circa 16 milioni di euro, dichiarò di averne ricevuti da Acqua Marcia (per il tramite della SIELT) solo 9 e di non poter ripagare il materiale impiegato nella realizzazione delle dighe foranee, innescando una nuova protesta dei trasportatori che decisero perciò di riportare nelle cave di Guidonia i massi utilizzati per la costruzione del porto. Da allora il litorale fiumicinese versa in uno stato di insicurezza, degrado ed abbandono.

Ci chiediamo perchè nessuno dei politici fiumicinesi, dopo 5 anni di contenziosi tra ditte, indagini della magistratura, blocco dei lavori e sequestro del cantiere, abbia mai denunciato la presenza di un’azienda collegata alla ‘ndrangheta nei lavori del porto della Concordia, pur essendo facile appurare online le indagini a suo carico. Ci chiediamo inoltre quale sia il grado di controllo esercitato dalla politica sulla regolarità delle procedure amministrative necessarie all’approvazione dei progetti, sulla trasparenza delle aziende appaltatrici, spesso soggette ad infiltrazioni mafiose, e sulla corretta esecuzione delle opere stesse anche in corso d’opera.

A tal proposito è utile ricordare che il pericolo di infiltrazioni mafiose in questo tipo di opere è molto probabile e che, come indicato dal procuratore aggiunto Prestipino (DDA di Roma), la presenza delle mafie sul territorio di Fiumicino sembra essere già un dato di fatto. Prestipino ha infatti dichiarato: “Sono contento che a Fiumicino non ci sia il problema mafioso e neppure malavitoso, ma purtroppo le mie informazioni mi raccontano altro”. Ora ci sono anche le inchieste giudiziarie a confermare le sue parole.

Come gruppo abbiamo sollevato molte obiezioni relativamente alla costruzione di un nuovo e così imponente porto a Fiumicino, facendo notare, ad esempio, l’impossibilità di realizzare infrastrutture viarie e ferroviare, imputabile a numerose prescrizioni dei ministeri competenti, atte a suportare la mole di traffico che dovrebbe svilupparsi dalla realizzazione di questa opera.

Inoltre abbiamo notato che il parere positivo dato dalla Regione Lazio alla costruzione del Porto Commerciale di Fiumicino sia stato controfirmato da Raniero De Filippis, uno dei due dirigenti indagati dalla procura di Civitavecchia nell’ambito dell’indagine sul Porto Turistico di Fiumicino, insieme all’ex sindaco di Fiumicino Canapini, al costruttore Bellavista Caltagirone e a Emanuele Giovagnoli, formale responsabile della SIELT Immobiliare, l’azienda che avrebbe dovuto dare 7 milioni di euro alla SAVE Group.

Sebbene abbia avuto innumerevoli contatti con la SAVE Group, precisiamo che l’imprenditore Bellavista Caltagirone non è implicato nell’inchiesta “Aemilia” ed è stato assolto in primo grado nel processo di Torino relativo all’accusa per truffa aggravata ai danni dello Stato relativamente alla costruzione del Porto di Imperia.

[ nota1] – SIELT Immobiliare “rappresentata da GIOVAGNOLI Emanuele, dipendente del Gruppo Acqua Pia Antica Marcia s.p.a” come riportato a pag. 9 della ordinanza di applicazione delle misure cautelari n° 1569/10/21 RGNR.

[nota 2] “Il referente effettivo per Impregeco e Save nella stipula ed esecuzione dei contratti, al di là delle cariche formali, è sempre CALTAGIRONE, il quale peraltro è anche spesso presente in cantiere per seguire l’andamento dei lavori” (ad Imperia, ndr). Estratto da pag. 158 della ordinanza di applicazione delle misure cautelari n° 1569/10/21 RGNR

 

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